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MonteRosa Edizioni - Libri di montagna

Buon Natale Uiitt – un racconto di Giovanna Zangrandi

Illustrazione di Silvia Benetollo
Illustrazione di Silvia Benetollo

Da Non voglio commandi, non voglio consigli – Racconti di una vita libera

In questi giorni prima di Natale, dopo grandi nevicate, siamo andati a portar fieno ai caprioli, nel bosco che comincia a monte delle ultime case. La neve ha reso favolosa la foresta, ma ha irrimediabilmente affondato e coperto ogni possibilità di pastura per la mite popolazione erbivora, le orme delle loro disperate ricerche intersecano spesso la nostra faticosissima pista. Né bastano a frangerla le due cavalle attaccate alla slitta e la Stella, la puledra che fa da battistrada e da frangineve di punta.
La slitta ogni tanto si rovescia e si incaglia, dove ci sono lavine le bestie affondano, la Stella resta fuori con la sola testa, nitrisce, chiede aiuto; accorri a liberarla e lei ti ringrazia con una smusata amichevole, umana. Davvero una faticaccia a cui mi sono sobbarcata per la speranza di rivedere Uiitt, pupilla e figliolina mia nella scorsa estate.

Fu in un giorno di giugno, caldo, con i prati a fioritura alti e intatti ancora dal primo taglio; la mia casa isolata ne pareva sommersa. Dal bosco vicino si sentì ripetutamente un grido lacerante di animale straziato, pensai ad un leprotto azzannato dalla volpe o dalla martora. Poi si vide qualcosa correre nell’erba e il mio cane accorse eccitato, fermò la bestiola con le zampe, arrivai giusto in tempo per afferrare, difendere una capriolina di pochi giorni, aveva ancora il mantello a macchiette chiare che caratterizza i cuccioli neonati. Era vispa, ma terrorizzata e sanguinante da certe morsicature al collo, aveva su di una gamba una lunga strisciata sanguinosa, certo si era dibattuta, era riuscita a liberarsi dal predone.
Non erano ferite mortali: in garage, su di una stuoia, stava accucciata, sfinita e bellissima, i grandi occhi spaventati nel musino patetico; si acquietava pian piano. Per tutto il tempo in cui la tenni il paese intero sembrava averla adottata, era selvaticissima, bizzosa, ma ad un tempo bisognosa di compagnia come una ragazzetta. Vennero i bimbi a vederla le mamme che avevano svezzato i bimbi a portarmi poppatoi, il guardiacaccia con un tascapane di foglioline verdi di quelle che i caprioli appetiscono di più, la guardia boschiva che ne aveva allevato uno si offerse con la sua esperienza, portò perfino la valida pillola di antibiotico se gli fosse venuta dissenteria per lo choc.
Le ferite erano superficiali, rimarginarono subito, le restò sulla gamba uno striscio, come un roseo cordone.
Certo dopo tre o quattro giorni la bestiola mi conosceva, si lasciava prendere, poppava un po’ poi smusava ribelle: no, questo non era il latte, la poppa materna che sa di muschio e di erbe selvatiche, questo coso che puzza di polimeri etilenici, via! Accettava le verdi “fojoles”, ne masticava alquante, ma poi se gliele lasciavo e andavo via smetteva di mangiare e mi chiamava disperata con un suo grido o squittio tipico, un acuti uiitt, uiitt, con cui io pure imparai a chiamarla e costituì il suo giusto nome.
Era sempre vivace, ma deperiva ogni giorno e invano con il guardiacaccia provammo a metterla libera nel recinto, sull’erba; correva e sbatteva selvaggiamente contro la rete, i suoi atavici istinti escludevano irrimediabilmente la rete, trasparente barriera oltre la quale vedeva il suo mondo vero e verde e tentava di raggiungerlo. L’afferrammo già col musino sanguinante prima che si ferisse di più. E, mentre la deponevamo sul suo chiuso cantuccio di fieno, la sua bellezza  genuina e patetica non ci dava più come nei primi giorni la gioia di un possesso raro, ma solo una grande tristezza. Decidemmo di liberarla.
Al mattino di poi, prima della levata del sole, venne il guardiacaccia, disse: – “Dalle quattro cerco e giro, ma forse ho trovato; c’è una femmina sola accucciata qui a monte, non so se è la madre perduta o un’altra, ma tra loro si imbrancano. Se crede, la porto là”. Dissi che sì, la portasse là vicino. Il guardiacaccia prese Uiitt per le zampine, adagio e lei scalciava con forza inaudita per la sua minima mole, poi si placò, la guardavo così tremante e bella e il dispiacere di perderla era più grande di quel che doveva essere.
Così portandola amorosamente l’uomo, ancora quasi un ragazzo, avanzò nella prateria, tutto lo stivale affondato nelle alte erbe, sembrava andare senza passi, irreale: in fondo al vasto pianoro lo colse il primo raggio di sole, poi scomparvero nella foresta. Così Uiitt ritornava al suo mondo, dove ancora esiste una qualche libertà e sia lacerarla che rispettarla fa assai male.
Da quei giorni d’estate, due volte la intravvidi, era cresciuta, quasi adulta, aveva il suo “stazio” (il luogo circa dove nascono, dove la femmina ritorna a maggio, a sgravarsi) sotto certi abeti enormi e intonsi fino ai rami bassi. Uiitt prima di fuggire rimaneva un po’ a guardarmi, le era rimasto quello striscio alla gamba che la identificava senza dubbi. Certamente mi riconosceva, ma la sua insopprimibile selvatichezza vinceva sulla esile amicizia umana acquisita contro natura e fuggiva.
Ora, alla spedizione-fieno ho preso parte non solo per generico amore della foresta, ma anche con la speranza di rivedere Uiitt. Ma nel bosco è solo silenzio, neve intatta o tracce di recenti passaggi, segni di una affamata ricerca di cibo.
È stato al ritorno: da uno dei nostri depositi di fieno è balzata rossa e bella una femmina dell’anno, l’inconfondibile gamba segnata dall’antica aggressione. Sosta fremente, ci fissa, fugge: Buon Natale Uiitt!
La foresta favolosa di neve la riprende. 

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